senza titolo

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L’immutabilità delle cose.
Ci impattano i sogni
che ormai sono spenti.
Ci impattano prospettive
sempre più inermi.
Ci impatta il tempo di reazione,
anche il tempo che passa.
Ci impatta la mente,
va dritta,
dritta contro l’immutabilità,
l’immutabilità delle cose.
Persino il pensiero costante
di farla finita, impatta,
impatta contro l’immutabilità delle cose.

I swear on tomorrow,
if you take this chance.
Our lives are this moment,
the music – the dance.
And here in this labyrinth
of lost mysteries.
I close my eyes on this night
and you’re all that I see.
You’re all that I see… (1)

————————
(1) – Not What You See – Jon Oliva – Paul O’Neill, Savatage “Dead Winter Dead” (1995)
link: http://www.savatage.com/newsavatage/discography/albums/deadwinterdead/info.html


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ghost dance

Wodziwob
nel sogno degli Dei
il cielo si è svegliato
anche oggi per noi.
Wodziwob
il vento ha spinto
grandi mandrie di nuvole
fino a disegnare
il volto severo
dei bisonti
Wodziwob
canti in lontananza?
la voce
di una nazione
in marcia?
Wodziwob
tornano i morti?
tornano per unirsi
alla Sacra Danza?
Wodziwob
quanto sarà mai grande
il sogno degli Dei?
Grande come un cielo
pieno di visioni?
Wodziwob
si è alzato
un volo di ombre
e ha cambiato
colore al cielo.
Wodziwob
il cielo è più scuro
del sangue.
Wodziwob
è un volo di gufi
quello che nasconde
il sogno degli Dei…

di H. J. Iezzoni .:.


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a storm came across the sea…

piccole e delicate parole
nate boccioli per restare in silenzio,
per cercare riparo
anche dalla più tenue luce del sole,
come se avessero donato loro un cuore
ma diverso, scontroso, oscuro e,
nonostante tutto, al fondo puro
come certe vette
capaci di tagliare in due
lo sguardo severo del cielo

piccole e delicate ferite,
appena sanguinanti,
parole in digressione come ribellione
ai dettagli di quello che abbiamo
o di quello che è stato fatto,
cercando asilo nella luce,
così luminosa da svanirci dentro,
per smettere di ricordare
lo sguardo severo del cielo,
una tempesta attraverso il mare…

dura,
persevera,
tolera,
porta dilationem
et tulisti crucem(1).

di H. J. Iezzoni

 

___________

(1) Sant’Agostino, Sermo 94, 7, 9


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Inserisci qui il titolo

19.06.2014 ore 15:58 interno 702 carrozza 6 posto 26 finestrino, potenza centrale, roma termini
20.06.2014 ore 18:33 interno 23692, roma tiburtina, pescara centrale

Quando le parole non servono, il pianto arriva, senza consolazione, e viene a renderti freddo l’interno inferno dell’anima, dove non hai sentimenti. Non li hai accumulati per te, non te ne sono avanzati per gli altri. Sei solo il mostro quotidiano di un padre che urlava mostro, mostro, guarda che sguardo da matto che hai, ad un ragazzino col pianto addosso, e col morso di quel pianto ti aggrappavi alla materna luna per farti consolare, per fartene almeno un quarto del vino della ragione, mentre sentivi crescerti dentro al petto, il cuore d’ossidiana… stava diventando adulto con te. E poi, sei diventato il mostro quotidiano d’una madre, sentendola urlare l’odio per un figlio. Ti è svaniva d’accanto anche la luna, la strada non c’era più e si allungavano, come catene, le ombre dell’eterna notte dietro te, ingenua farfalla scorpione, senza punto d’origine, senza futuro. Breve la distanza di un altro poi… per diventare il mostro quotidiano delle donne che hai amato, ed ognuna ti ha urlato contro la sua disperazione, il male che ti porti dentro e che cresceva ora nel loro grembo, male che si innestava all’anima… Ma il pianto di vetro, tutto il pianto a cosa mai sarà servito? A cosa può servire se i mostri non muoiono mai? Dannazione, tu, che sei l’ultima madre ad urlarmi contro, tu forza di basilisco nei hai? Prendila dalla tua terra, e innalza, alza quel tuo sole, quel tuo giorno pieno di luce e quelle tue maniere migliori e dammi finalmente pace, toglimi questa tarantola di vita di dosso, che non riesco più a sopportare d’averla accanto, di respirare attraverso lei… E piango, e mi lamento insonne, mi chiedo perché sono nato giardiniere delle correnti sbagliate, e vita, tu lo hai sempre saputo che chi semina vento in agitate acque, raccoglie la furia degli uragani, e non può che crescergli dentro un’anima maledetta dallo sguardo d’abisso. E piango, e imploro, morte portami via in quei tuoi fiumi di inferno, portami a casa…

.:.


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Pagina bianca

Osservo
questa pagina, bianca
come certi dettagli
ancora da vivere.
Mi asseconda, mi accoglie,
mi assorbe e prendiamo a costruire
assieme il filo di un pensiero
che forse avrei anche smarrito.
Lieve si riempie, si trasforma
oltrepassando le parole.
Attraverso di essa
tutto assume la voce
calda di un mistero
ad occhi chiusi
e danzano le dita
come su di un pianoforte
immaginario.
Danzano nel lasciarmi
andare, guidare, spogliare
dalla voglia di cercare
vibrazioni e melodie
attraverso
le parole-note,
le parole-ignote.
E’ così che ritrovo
all’improvviso
anche me, che riesco
a trovare la quiete,
che riesco
a pensare a te,
a tornare ad amare,
ad evocare
la melodia più dolce
che avevo smarrito
nel rumore improvviso
del mondo.

di Hermans Joseph Iezzoni .:.


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Amaranthus

Senza radici,
ti chiedi o mi chiedi
tutto di noi o cosa di noi?

La comodità di un vaso stretto,
che non lascia altro da dire,
mentre offendo
il tuo sguardo intenso
mostrando il sacrilegio
del mio amore,
che tinge e stinge di vero
quanto basta
per cauterizzare
gambi di fiori recisi.

Il fatto è che della poesia
non ho capito niente e
tu rendi più dolce la mia vita,
così alla fine resto
senza radici lo stesso,
e recido fiori, recido fiori
per farti omaggio
di qualcosa di vero,
almeno di qualcosa
che sento mio.

Pensi davvero
di avere spazio nel cuore
per ospitare un po’ delle mie assenze?
Per dare un senso
ad ogni punto improprio(1)
che riesco a materializzare
nell’abisso dell’anima,
quando non sai nemmeno
che fartene della poesia
nello scontro quotidiano
col mondo?

Un po’ di colore acceso,
un profumo di quiete
per spegnere il grigio frustante
di questo tetto di ombre
che nasconde il cielo,
che soffoca di paura le parole
mentre provi
a cambiare espressione…
dal dolore alla rabbia
fino all’uscio del pianto.

Fino ad abbracciarmi
e dire che mi ami.

E ci resta di noi
un mondo da incollare,
da separare dagli errori
per ripartire insieme.

Ma tu vuoi sentire
tutto di noi o cosa di noi?

di Hermans Joseph Iezzoni

_______________________

(1) Due rette parallele non si incontrano mai. Tuttavia, è possibile immaginare l’esistenza di un punto così lontano nello spazio, ma così lontano nell’infinito, da poter credere e ammettere che le due rette vi si incontrino. Ecco! Chiameremo quel punto, punto improprio. Una pura formalità, 1994


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sì, credo proprio che domani pioverà…

Ancora non capisco l’arte sottile di sfuggire le parole, schivare i pensieri e chissà, magari riuscirei pure a prendere una goccia di rugiada sulle dita, come un mondo intero. Vorrei solo riempirci l’assenza di quella meraviglia che chiamano melodia del cuore, solo per tamponare il vuoto del rumore del tuo cuore che ho bisogno di sentire accanto al mio respiro.

Ancora, àncora

Ancora non capisco il brusio, dove regna la luce vera, degli spigoli che non si piegano mai, sanno di maree e di giornate irradiate di sole, fino a risplendere al di sotto del buio, che ci cuciamo addosso per nasconderci a noi stessi, così portiamo dentro l’ormeggiare tiranno di una speranza che, se non avessimo issato a bordo, sarebbe annegata in fondo al mare.

Ancora, àncora

Amore ti dedico questo fado senza voce, senza canone e cultura, la cui musica s’ è appropriata del rumore del vento e dei profumi che conduce, rimescola sapori e umore, come se fosse un intero frutteto di profumi, mentre penso a te. Fado sgrammaticato, come il cuore che percuote l’anima nel petto, cuore di oscura ossidiana che pure brama la luce, che pure ti ama

 Ancora, àncora

Amore ti dedico questo fado a tempi dispari, come impura è la materia di cui è fatta la nostra stessa vita, così che, il ritmo inatteso, ti faccia danzare tra le mie ingenue dita mentre ti chiedo scusa perché non riesco ad ingannare il tempo, perché non riesco a dare di più per noi. Fado senza rima, senza ritorno obbligato, perché sì, credo proprio che domani pioverà…

Ancora, àncora

di Hermans Joseph Iezzoni .:.


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Jammer

arriva
come un’onda di disturbo,
un temporale sbagliato
che prende a sedere tra noi,
in mezzo,
fra noi.

colle labbra amare
di altre discussioni
per colpa mia,
per colpa tua,
per colpa di un vuoto
che ci ha ammalato
il cuore…

è stato bellissimo
far l’amore
e la quiete
aveva il tuo odore,
la quiete ha sempre
il tuo odore.

così ti tenevo
stretta
per proteggerti
dal doppio fondo
della notte.

poi un sogno oscuro
ha preso
a fiorire
dentro la mia mente,
nel respiro
della mia privata
agonia.

ho sentito
la tua mente altrove,
ho immaginato
che eri andata via.

ma aperti
gli occhi
dallo spavento,
ti ho visto
abbracciata a me,
ancora con me.
e son tornato
a dormire
accanto
al tuo dormire.

quando il giorno
arrogante
ci ha svegliati
sei andata a lavoro.

ho vagato solo,
solo colla mente assente,
sgrammaticato e assente,
tra le ombre pigre
delle tue piante,
in attesa di te.

sfuggendo
al rumore del mondo
attraverso sfumature di fiori.
in attesa di te.

corteggiando
le ombre pigre
delle tue piante,
senza nulla da dire.

privo
della sovrabbondanza
di parole…

esatto
come un pensiero
finalmente
al netto di tutto,
al nudo delle paure,
senza nulla,
nulla da dire,
in attesa di te.

ma il sole
mi ha bruciato l’anima,
così ho pianto
la tua assenza
come quel bambino
intrappolato
nella casa del vento.

kimi no senaka osu
te o tomenaide
saigo made mitodokete (*1)

arriva
come un’onda di disturbo,
un temporale
che prende a sedere tra noi,
in mezzo,
fra noi.

colle labbra amare
di altre discussioni
per colpa mia,
per colpa tua,
per colpa di un vuoto
che ci ha ammalato
il cuore…

è stato bellissimo
far l’amore
e la quiete
aveva il tuo odore,
la quiete ha sempre
il tuo odore.

così ti tenevo
stretta
per proteggerti
dal doppio fondo
della notte.

e non voglio
sentirti andar via,
e non voglio
sentire la tua mente
altrove,
e non voglio
perderti

I look up at your house
I can almost hear you shout down to me
Where I always used to be (*2)

di Hermans Joseph Iezzoni .:.

(*1) under the moon, Do As Infinity,  Tomiko Van – Dai Nagao – Seiji Kameda)

(*2) Missing, Everything but the Girl,  Tracey Thorn – Ben Watt)


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In sospeso

Trattenuta tra le labbra,
quasi sfiorata eppure violentata
come parola tradita dalla rabbia
d’un “pan di via”
sempre più difficile
da mandare giù.
Così abbiamo stretto un patto,
nessun affondo e nessun rimpianto
per la debolezza dei nostri pugni chiusi.
Cosa abbiamo condiviso
mentre ci divorava il cuore
la nostra metà di odio?
Rinunciavamo a tutto il resto
solo per coltivare fiori di instabilità.
Così, nell’abbraccio dell’abisso,
ci siamo sentiti una cosa sola,
una carne indifferente
alle sfumature del tempo
e pronta a corrompere per crescere,
per alimentare una fame di nulla
in ogni altra cosa.

di H. J. Iezzoni .:.


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